IL MECCANISMO DELLA VISIONE

 

Una telecamera perfettamente funzionante trasmette un’immagine nitida in tutti i suoi particolari. Se ciò non avviene è possibile regolarne la messa a fuoco in modo che i raggi luminosi proveniente dall’oggetto osservato cadano perfettamente sul sensore fotosensibile. Anche il nostro occhio può non funzionare perfettamente: ci possono essere delle alterazioni nella messa a fuoco del sistema che necessitano di regolazioni. Tali regolazioni vengono effettuate con lenti aggiuntive esterne: occhiali o lenti a contatto.

 

Si parla di capacità visiva intendendo la quantificazione della capacità di un occhio di distinguere cose molto piccole a una distanza standard. Questa capacità si misura in decimi e dipende dalle prestazioni della “pellicola”, la retina, oltre anche dalla potenza del programma di analisi del computer, il cervello. Queste capacità non possono essere modificate chirurgicamente, né in alcun altro modo, poiché sono determinate geneticamente.

 

Cerchiamo ora di capire come si realizza il meccanismo della visione. 

La luce, dopo aver attraversato cornea, pupilla, cristallino e corpo vitreo, va a fuoco sulla retina, dove stimola alcune cellule chiamate "fotorecettori" che a loro volta trasmettono lo stimolo ad altre cellule il cui prolungamento forma il nervo ottico. Lo stimolo luminoso è così trasformato in stimolo visivo da inviare al cervello. Lo stimolo visivo percorre le fibre del nervo ottico ed arriva alla corteccia del cervello dove viene decifrato, formando le immagini. 

Perché la visione avvenga in maniera corretta è necessario che tutte le varie strutture dell'occhio siano trasparenti e funzionino correttamente. 

L'occhio è un sistema ottico in cui le lenti più importanti sono la cornea e il cristallino. Queste due strutture corrispondono a lenti con potere refrattivo, fisso nel caso della cornea e variabile (entro certi limiti ed in base all'età) nel caso del cristallino.

Nell'occhio normale, le immagini provenienti da lontano vanno a fuoco sulla retina; ciò dà luogo ad una visione distinta ed ottimale. Si parla in questo caso di occhio emmetrope. 

 

Il modo in cui i raggi di luce provenienti dall'esterno vanno a fuoco sulla retina, permettendo il meccanismo della visione è detto refrazione. In presenza di un difetto della refrazione, la messa a fuoco delle immagini sulla retina è imperfetta e ci troviamo di fronte ad un vizio di refrazione, ovvero l’occhio non riesce a far convergere i raggi luminosi esattamente sul piano retinico e si realizza così una visione sfuocata, più o meno grave a seconda dell'entità' del problema refrattivo. In questo caso si parla di ametropia. 

 

In presenza di un vizio refrattivo, quindi di un'ametropia, possono verificarsi le seguenti condizioni: 

• II fuoco delle immagini cade anteriormente alla retina → MIOPIA 

• II fuoco delle immagini cade posteriormente alla retina → IPERMETROPIA 

• II fuoco delle immagini si realizza su due piani diversi → ASTIGMATISMO 

 

Esiste poi una quarta ametropia, la PRESBIOPIA, dovuta al progressivo indurimento del cristallino a seguito dell’età (generalmente a partire dai 40-45 anni), la quale rende sempre più difficoltosa la visione per vicino, poiché il fuoco delle immagini tende a cadere sempre più posteriormente alla retina.

 

 

Quando l’ottico ci chiede di leggere le lettere di un tabellone luminoso (ottotipo), misura la nostra acuità visiva. Se ad occhio nudo, cioè senza l'ausilio di lenti correttive, riusciamo a vedere l'ultima riga del tabellone, quella composta dai caratteri più piccoli, significa che la nostra acuità visiva è pari a dieci decimi, o anche maggiore.

L'acutezza visiva esprime la capacità visiva di ciascun occhio e viene misurata in decimi. 

Se al contrario, per poter riconoscere i caratteri dell'ottotipo abbiamo bisogno di una lente correttiva, significa che siamo di fronte ad un vizio refrattivo. Avremo bisogno, allora, di una lente di un determinato potere (tanto maggiore quanto più grave è il nostro vizio refrattivo) espresso in diottrie. 

La diottria esprime quindi la potenza e la capacità della lente di fare divergere (lente negativa) o convergere (lente positiva) i raggi di luce prima di penetrare nel nostro occhio.

Spesso le diottrie e i decimi vengono confusi, ma non sono affatto la stessa cosa. La diottria, infatti, esprime la potenza della lente da anteporre all'occhio che non vede bene per ottenere il miglior visus possibile. La lente per la correzione sarà positiva nel caso ci troviamo di fronte ad un ipermetropia, negativa  in caso di miopia. 

Per esempio se un soggetto ha un occhiale da -4 diottrie significa che per far sì che i raggi luminosi vadano a fuoco sulla retina è necessario anteporgli una lente negativa di 4 diottrie. Tale soggetto è miope di 4 diottrie, mentre la sua capacità visiva potrà essere determinata solo dal controllo della vista al tabellone.

I decimi come abbiamo accennato sono invece l'unità di misura che esprime l'acutezza visiva ( il cosiddetto "visus"). Chi al controllo ha 10 decimi di vista vuoi dire che alla lettura del tabellone è riuscito a leggere fino all'ultima fila. Chi distingue solo le lettere della prima fila avrà un'acutezza visiva pari a 1/10. 

 

 

In presenza di un vizio refrattivo diverso fra i due occhi, si verifica una condizione che va sotto il nome di anisometropia. Tale condizione può dar luogo, se non adeguatamente e precocemente, corretta ad un grave fenomeno che prende il nome di ambliopia, vale a dire perdita del visus per lo più irreversibile nell'occhio con la minore acutezza visiva; questo accade perché tale occhio (comunemente descritto come “occhio pigro”) non viene utilizzato nella visione. 

 

Da qui l'imperativo assoluto di controllare gli occhi dei bambini nella prima infanzia. L'ambliopia infatti è reversibile solo se trattata nei primi 4-5 anni di vita. 

 

 

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